I princìpi dello sport

La mente sportiva, un percorso di vita


Seconda intervista [leggi la prima] di Franca Santagiuliana a Monica Vallarin, dottoressa in Psicologia, esperta in Psicologia dello Sport

Nata a Torino nel 1965, è dottoressa in Psicologia iscritta all’albo degli Psicologi del Piemonte dal 1999, istruttore della Federazione Italiana Nuoto, istruttore di Yoga e tecnico di rieducazione equestre ANIRE. Atleta della Nazionale Italiana di nuoto dal 1977 al 1982, pluri-primatista italiana di quella disciplina, ha partecipato a competizioni europee e alle Olimpiadi di Mosca del 1980. Monica Vallarin si occupa di preparazione mentale con atleti di discipline individuali, squadre e relativi staff, promuovendo inoltre incontri divulgativi sui temi fondamentali dell’agonismo e delle loro connessioni psicopedagogiche con il processo di crescita evolutiva. Dal 2007 al 2009 approfondisce il proprio percorso di psicologia Sportiva conseguendo il titolo di operatore S.F.E.R.A. focus e S.F.E.R.A. coach presso il Centro di Psicologia dello Sport della Facoltà di scienze motorie di Torino. Nell’anno 2008-2009 è membro della Commissione di Psicologia dello Sport dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte.

Sport di squadra o individuale? Quali sono le aspirazioni degli atleti di oggi?
Mi è capitato di essere contattata per interventi su squadre, ma il mio ambito di elezione è la dimensione 1 a 1. Quindi mi piace molto lavorare con le discipline individuali, c’è una certa affinità, indubbiamente, con il mio vissuto. Nel mio lavoro l’esperienza è una grande alleata, ma devo fare attenzione a gestirla perché può essere rischioso. Lei pensi quando lavoro con dei nuotatori, ho un grado di affinità enorme, che però potrebbe a volte farmi scivolare fuori dal ruolo o intuire cose che per me hanno avuto un particolare significato , ma assai diverso per loro. Certamente considero la mia esperienza sportiva come una enorme risorsa, la ringrazio, l’ho molto rivalutata, anche se per anni l’ho tenuta criptata. Ancora adesso sono molto umile. Spesso sono gli altri che la raccontano, ma ora anch’io ho iniziato a raccontarla, mi sono data il permesso. Se posso scegliere mi muovo con le discipline individuali, mi muovo più agevolmente, anche se penso di aver fatto un buon lavoro con discipline di squadra. Nel mio lavoro mi occupo di supporti formativi a istruttori e allenatori che lavorano operativamente nello sport ogni giorno.

Cosa significa per lei essere psicologa oggi?
Io credo che ci sia innanzi tutto una responsabilità personale. Si parla sempre di atleta di eccellenza, e degli altri? A cosa facciamo riferimento? Io sono un esempio di atleta che è andata molto avanti. Dell’atleta voglio conoscere sempre qual è il livello di prestazione raggiunto, perché devo farmi una idea di chi ho davanti, ma prima di tutto io penso di avere davanti a me una persona, sempre… Questa considerazione mi aiuta. A volte, soprattutto gli adolescenti, portano pezzi della loro vita, la scuola, le relazioni con i genitori. Non sono coinvolti solo dallo sport in senso stretto, ma la cosa interessante è che io, prima di tutto, do libera cittadinanza a tutta la loro storia di vita. Questo atteggiamento ci aiuta, è una risorsa, ma va gestita. A volte si lascia l’argomento principale per accedere ad un ramo collaterale. Mai come in questo caso vale la strategia: “partire dopo per arrivare prima”. Ci sono delle associazioni verbali potenti fatte dagli atleti, che hanno radici lontane nella loro storia. La cosa interessante è che a volte, lavori due incontri sulla scuola e si sblocca qualcosa; utilizzi l’ambito scolastico come un validissimo palcoscenico su cui si è manifestata una sfumatura di quell’altra cosa su cui lavori nello sport; quando si sistema sulla scuola, spesso si sistema anche nello sport. Occorre essere flessibili, senza manie di onnipotenza. Occorre considerare l’unicità della persona, prediligere l’abbondanza, il paradigma “vincere-vincere”: se sviluppiamo le nostre risorse in un determinato settore, anche altri ambiti possono riceverne beneficio.

Quindi anche lei pensa che l’essere umano debba essere considerato nella sua interezza?
Non so se ci riesco sempre. È un intento costante, percepisco delle aspettative nei confronti del mio lavoro, io stessa nutro delle aspettative, anch’io sono in quella dimensione. Ci vuole ancoraggio, stabilità, per mantenere la fiducia di riuscire a procedere secondo i ritmi della persona, coadiuvandola, assicurandole un contesto protetto. Altrimenti l’ansia del risultato si manifesterebbe anche in questo ambito.

Mi incuriosisce un fenomeno che si evidenzia sia nello sport ma anche nel lavoro, o altre situazioni in cui occorre essere determinati e vincenti. A volte la mente sembra fare dei dispetti, fa lo sgambetto. Condizioni di ansia, confusione, amnesie ecc., la scienza sa dare una risposta a queste situazioni?
Le interferenze sono spesso dovute ad uno scollegamento tra intento e l’efficacia. Far bene talvolta, ma non nel momento giusto… fuori tempo, sono comunque aspetti mentali. A volte ci sono aspetti più cognitivi su cui occorre lavorare, sul sistema di convinzioni; esse fanno una grossa differenza, servono, ma se sono limitanti possono inibire molto ,anche la prestazione. Qualche altra volte l’interferenza prevalente è di tipo emotivo; non si può annullare l’emozione perché emerge comunque; la nostra personalità è tale che non possiamo trasformarci, diventare qualcosa di completamente diverso da ciò che siamo, ma quello che possiamo fare è aumentare le opzioni di gestione delle emozioni, fino o trasformare la qualità dell’esperienza percettiva che viviamo nei vari contesti.

Mi può fare degli esempi?
Se vivo una grande ansia non posso inizialmente evitare che essa emerga, ma mi occupo di gestirla. Come? Aumentando le mie possibilità, aumentando il ventaglio delle strategie e dei significati che posso darle. Essi permettono di ri- configurarsi la situazione ansiogena; noi diciamo re- incorniciare quella esperienza. Se il mio allenatore si aspetta qualcosa da me che non sento di poter realizzare, l’esperienza che mi crea ansia può gradualmente diventare uno stimolo; non dipendo da essa, ma la uso a mio favore, la ri-configuro, cambio la cornice, (questo è molto cognitivo) cerco di rappresentarmi l’evento alternativo e lo stato desiderato e attraverso il lavoro apprendo gli strumenti che lo facilitano. L’atleta crea la sua gara. Immagina la sua rappresentazione di gara ideale; risponde alla domanda: “Come la vorresti se potesse dipendere solo da te? Dipingila, raccontamela, immaginala”. A volte non è immediatamente possibile ,bisogna aiutare l’atleta a ritrovare la fiducia interna. È la persona che arreda lo spazio interno dello stato desiderato, non io. In questi percorsi che chiamo di coaching sportivo, si lavora su degli obiettivi personali sport-specifici. Non sono una guida, è piuttosto un mettermi accanto all’atleta, mi metto vicino nell’ottica di rafforzare l’autonomia dell’atleta facilitando il percorso.  Si tratta di renderlo progressivamente autonomo nella gestione di quel problema sostenendolo nella relazione e mettendo a disposizione gli strumenti per facilitare il percorso che lo ha portato a chiedere consiglio. L’idea è quella di fare un piccolo passo insieme. Non dovrebbe essere mai un prevaricare.

Esiste tale rischio?
Molti genitori mi chiedono: “puoi dargli qualche consiglio? Diglielo tu come si fa! Te lo porto così gli insegni…” Devo chiarire che se lo facessi, sarebbe un azzardo. Accompagno la persona seguendo i suoi ritmi. È chiaro che poi posso proporre la tecnica , metto a disposizione gli strumenti che aiutano il lavoro psicologico; cerco di capire cosa è più consono, ma con la persona dialogo sempre. D’altra parte l’atleta ha la responsabilità di osservare e condividere come stanno andando le cose “dentro” e “fuori” di sé , per questo deve sentirsi a suo agio. I mezzi sono tanti, noi ne usiamo qualcuno che riteniamo utile per la situazione, così viene fuori un abito su misura, ma è la persona che lo sceglie, io mi limito a facilitarla, aprendo i campionari e sostenendolo nel lavoro. Lo strumento fondamentale è l’aspetto della relazione, è basilare. Le tecniche sono potenti, ma la loro efficacia si appoggia su un discorso di alleanza e relazione, in cui l’obiettivo è condiviso, il contratto è chiaro e i confini sono rispettati, in un contesto protetto. Se manca non ci sono tecniche efficaci, non ci sono condizioni pronte per tutti, diventa un discorso di breve respiro oltre che azzardato.

In una classe sarebbe possibile usare tali tecniche per far emergere a livello cosciente certi meccanismi?
Se lei mi avesse chiesto quali sono i miei obiettivi, le avrei detto anche questo: divulgare, sensibilizzare, al fine di fare una proposta semplificata adatta alla fascia evolutiva, però protettiva. Intendo avere in mente certi meccanismi, come riconoscere alcune criticità, o come sostenere certi punti di forza, non solo in ambito motorio ma anche cognitivo. Sarebbe auspicabile la prevenzione, per comprendere come gestire alcune situazioni precocemente. Mi piacerebbe molto, potrebbe essere protettivo che un adulto, un docente, potesse gestire la relazione con sempre maggiore consapevolezza e coerenza, sia a livello emotivo- relazionale, sia a livello comunicativo. Sicuramente si potenzierebbe la performance (le proprie e quelle degli allievi). Il docente potrebbe riconoscere le criticità molto presto, potrebbe avere più opzioni da attuare per risolverle. Infatti, se si intervenisse precocemente in relazione ad alcune criticità nelle discipline motorie e non solo, forse al problema non si arriverebbe. Tale azione avrebbe un effetto preventivo protettivo. Questa è una sfida enorme! C’è questo pregiudizio, che si va dallo psicologo se si è malati o molto disturbati o se si è incapaci di risolvere un problema. Esiste un alone di grande timore. Nell’ambito della psicologia dello sport, non si sa neanche bene cosa venga fatto. Divulgarne la conoscenza è il mio intento.
In diversi ambiti ho già promosso un tema, a costo zero, a scopo divulgativo. Ci credo tantissimo, credo ci sia tanto da sensibilizzare, perché il pregiudizio si fonda sull’ignoranza. Se mando mio figlio a fare un percorso psicologico non significa che sia necessariamente gravemente disturbato, se lo fosse, peraltro, io non potrei seguirlo, e quindi mi prenderei la responsabilità di attuare un invio ad un collega specializzato. La decisione sta alla deontologia, alla professionalità, al lavoro di rete tra colleghi. Creare una rete di contatti tra noi professionisti. Io mi avvalgo per esempio anche della consulenza di chi si occupa di nutrizione. Tanti atleti si alimentano male e non è sufficiente lavorare solo sugli aspetti mentali dell’energia; è importante che ogni operatore resti nell’ambito del proprio ruolo di competenza, non si sovrapponga, non faccia cose che non sa fare, che deleghi. Credo che il lavoro di rete sarebbe fondamentale. Per quanto mi riguarda, è già parzialmente in atto, ma non è semplicissimo. Proprio perché la rete va sostenuta attraverso la fiducia reciproca, tutti devono muoversi correttamente, ognuno svolgendo il proprio lavoro, rispettando reciprocamente i ruoli e i confini e dialogando. A queste condizioni può funzionare.

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