I princìpi dello sport

La mente sportiva


Intervista di Franca Santagiuliana a Monica Vallarin, dottoressa in Psicologia, esperta in Psicologia dello Sport, è stata atleta olimpionica di nuoto, forma gli istruttori di yoga ed è tecnico di rieducazione equestre. 



L’introduzione ha lo scopo di presentarvi una persona che conosce i nervi dell’atleta, le sue ansie e aspettative, riconosce i meccanismi mentali che entrano in gioco nella competizione e permette all’atleta di evolversi, semplicemente accompagnandolo.

Monica Vallarin nuotatrice, yogi, amazzone e mamma, ci accoglie nel suo studio di Torino, dove dei cristalli di rocca e ametista ammiccano sulla scrivania, luce soffusa e ampie poltrone comode, quasi cullati da una atmosfera che induce al silenzio e all’introspezione. Una solida, colma libreria affianca il salottino dell’intervista e le rivolgiamo curiosi alcune domande sulla sua professione.

«Io mi occupo principalmente di Psicologia dello sport, ma anche di psicologia clinica con pazienti adulti e adolescenti, di cui la Psicologia dello sport è una branca più specialistica. C’è un paradosso a livello legislativo qui da noi, gli psicologi dello sport non possono dichiararsi esperti in psicologia sportiva, perché non esiste una specializzazione quadriennale post lauream riconosciuta, ma tutti gli psicologi possono fare gli psicologi dello sport. Secondo me questa è una contraddizione rilevante dal punto di vista del servizio offerto.
Al di la di quanto posso fare a livello clinico: consultazioni sulla crisi, eventualmente, e percorsi fondamentalmente di sostegno, non posso fare psicoterapia perché non ho una formazione da psicoterapeuta post lauream. La mia formazione post lauream in realtà è tutta riconducibile a percorsi: due master, uno di un anno e un altro anno di perfezionamento in psicologia dello sport, e questo è l’aspetto di cui mi avvalgo molto a livello di formazione e di strumenti.

Mi occupo di soggetti sia adulti sia adolescenti, atleti adulti che arrivano con una situazione critica, con un problema che si ripercuote a livello di prestazione, ma che talvolta ha radici in altre aree. Qualche volta ho anche avuto la possibilità di lavorare con allenatori che mi hanno chiesto di intervenire come supervisore nel loro lavoro; ad esempio nelle relazioni con gli atleti in gara. Mi chiedono di aiutarli ad ottimizzare la comunicazione, migliorare la comprensione, quindi mi hanno chiesto un supporto formativo, lavorando su casi concreti, situazioni reali, vissute magari in maniera critica oppure in maniera positiva amplificabile.

Qualche volta c’è stata richiesta da parte di squadre, che mi hanno chiesto ad esempio di fare degli incontri con la squadra, di discipline in cui c’è un grosso bacino di atleti adolescenti, ad esempio come il nuoto. È uno sport con esordio precoce, con grossi rischi di saturazione dal punto di vista mentale. Tutto viene molto esasperato: i carichi di lavoro, la pressione, le aspettative. Spesso allenatori e genitori non sono allineati, l’atleta – soprattutto nello sport individuale dove il carico è più massiccio, finisce sotto pressione e non sa come gestirla. Ad esempio mi è stato chiesto di fare degli incontri di sensibilizzazione (secondo me se ne fanno ancora pochissimi) con i genitori. Intendo informare, sensibilizzare i genitori, coniugando conoscenza dei tratti psicologici della fase evolutiva (parliamo di pre-adolescenza e adolescenza) e condivisione degli aspetti sport-specifici. Occorre sottolineare alcuni aspetti critici sensibili importanti e vedere come questi possano dialogare. Quindi si procede cercando l’elemento che può amplificare positivamente lo sport individuale, gestito in modo attento, e cosa invece può complicare enormemente l’iter agonistico. In quest’ultimo caso lo sport non serve più ad avere risultati, né a crescere o socializzare ma ha addirittura una valenza regressiva, o comunque non è propulsivo per la crescita, quindi riveste un aspetto anti- pedagogico».

Nel secolo scorso, l’ora di ginnastica era la Cenerentola della Scuola, oggi invece sempre più genitori favoriscono le attività sportive dei propri figli. A volte anche a costo di andare contro ai loro desideri. Secondo il punto di vista psicologico, questo atteggiamento è corretto?
Questo argomento che lei ha descritto è stato oggetto della mia tesi di laurea. Io ho fatto una tesi di ricerca intervistando un bel campione di atleti, allenatori e di genitori. Ho constatato quindi che questo atteggiamento è assolutamente frequente, con motivazioni sociologiche, dovute alle trasformazioni degli equilibri famigliari. È veramente una tendenza, anche se non bisogna generalizzare! Questo atteggiamento se estremizzato può però effettivamente essere una grossa interferenza per l’atleta. Se parliamo a livello solo prestativo, è importante essere sostenuti da aspettative positive. Tutti noi, anche da grandi, ma sicuramente in adolescenza, abbiamo bisogno di avere accanto qualcuno che creda in noi. Questa condizione è un motore propulsivo, ma quando c’è uno sbilanciamento, per cui gli obiettivi non sono più allineati…

Cosa intende per essere allineati?
Tutti i soggetti coinvolti (atleta, allenatore e genitori) devono concorrere allo stesso scopo. Quando ciò che desidera veramente l’atleta è desiderato meno o in modo diverso dagli altri due, si verifica il disallineamento. Se l’allenatore ha delle aspettative massicce molto forti e poco calibrate nel tempo e nello spazio, influisce sulla preparazione atletica e mentale del suo assistito e lo deve mettere in condizione di saper gestire questo carico psicologico. Come l’atleta riesca a gestire queste aspettative, è molto soggettivo. Posso dire che statisticamente è molto frequente ritrovare questo elemento, che poi può diventare un problema. Magari non è l’unico, ma può essere una grossa interferenza. Quindi diventa poi paradossale, perché in realtà il successo desiderato non è un bisogno dell’atleta ma del genitore, quindi bisognerebbe lavorare con il genitore, aiutandolo a calibrare le proprie aspettative, differenziandole da quelle del figlio atleta. È molto gratificante avere un figlio che ha successo,ma può succedere di nutrire tale sentimento anche in modo inconsapevole, per controbilanciare le proprie frustrazioni, (si tratta di interpretazioni inconsapevoli del proprio vissuto) per questo motivo dico che ci sarebbe molto su cui lavorare…

Quindi un adolescente non ha bisogno di venire da lei, ma piuttosto il genitore…
Molto spesso avrei più bisogno di vedere i genitori e di lavorare con loro o con gli allenatori, non sempre, ma qualche volta è giusto che io lavori con loro oltre che con gli atleti. L’obiettivo è sempre di fare un lavoro di rete, per cui cerco di avere un contatto e offro nel mio percorso, gratuitamente, un contatto con gli allenatori e con i genitori, perché ci credo fortemente. E’ sempre una sfida e un obiettivo aperto.

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