Articolo del mese - 22
Approfondimento sullo sport, sulla convivenza civile, sul vivere quotidiano
Attacchi di panico, salute e sport
L’attacco di panico, conosciuto anche come DAP (disturbo da attacco di panico) è un forte stato di ansia o paura che colpisce un individuo senza che ciò possa essere previsto. Si tratta di un disturbo che colpisce una persona su 75 e che può dipendere da stress, stanchezza, depressione, una vita troppo frenetica, mancanza di sonno, eventi importanti difficili da gestire. La caratteristica più temibile dell’attacco di panico è la sua imprevedibilità; anche se spesso le crisi possono iniziare e manifestarsi solo in determinate condizioni (trovarsi in luoghi chiusi, poco prima di un appuntamento importante, a contatto con determinati individui), il primo attacco può arrivare senza segnali di avviso, di punto in bianco. In questi casi capita che il soggetto creda di essere stato vittima di un infarto e spesso capisce la vera natura dell’accaduto solo al pronto soccorso.
Soggetti coinvolti
Secondo i dati forniti dalla Lidap, associazione Onlus di aiuto a quanti soffrono del disturbo, la fascia d’età più coinvolta è quella che va dai 30 ai 45 anni; tuttavia è stata registrata una sempre maggiore diffusione tra gli adolescenti. Il 30% dei soggetti coinvolti ha dichiarato di non aver mai affrontato seriamente il problema, né col medico, né con la famiglia; in questi casi affrontare il problema è ulteriore sintomo di paura. Uno studio degli Stati Uniti, d’altra parte, ha fatto emergere che molti pazienti hanno dovuto consultare dieci o più medici prima che il disturbo fosse diagnosticato e correttamente curato. Questo perché si tratta di una malattia recente, tipica dei nostri tempi, ancora non pienamente codificata e compresa.
Sembra che gli attacchi di panico possano avere un’origine complessa, alla quale sono strettamente legati fattori psicologici, ambientali e genetici. Lo scatenamento del disturbo potrebbe essere legato al diminuire dei recettori della serotonina – uno specifico neurotrasmettitore – in tre aree distinte del cervello (cingolato anteriore, cingolato posteriore, rafe). Ulteriori ricerche indicano che in molti soggetti coinvolti risultere sviluppatissima un’ipersensibilità dei sensori biologici per la CO2 nei polmoni; questi sensori manderebbero al cervello una sensazione di soffocamento anche in situazioni di normalità.
Un aiuto indispensabile
La pericolosità dell’attacco di panico sta nella paura – da parte di colui che ha subito il primo attacco – di subirne un altro. Come scrive il sito specializzato www.disturbodipanico.it «il rischio più facilmente connesso al disturbo da attacchi di panico sono le fobie. Ecco perché una volta che si è avuto un attacco di panico, si possono cominciare ad evitare situazioni come quelle in cui è capitato l’attacco». Senza l’aiuto di uno specialista, di un amico, di un familiare, il paziente è più incline alla depressione, all’abuso di droghe e alcol, alla paura della vita.
Guarire si può; ma, come si legge su Paginemediche, «il ricorso esclusivo ai medici, alle pastiglie, alle gocce, è sicuramente più semplice nonché indispensabile nelle urgenze o in situazioni particolari, ma non serve ad eliminare i motivi più profondi che si nascondono dietro a questi sintomi». La ricerca affannosa di una soluzione al problema è altrettanto dannosa, dato che non fa altro che accrescere frustrazioni e paure del paziente. La maggioranza degli esperti ritiene che i risultati migliori si possa ottenere affiancando diverse possibilità di approccio integrato; e, come sottolinea la Lidap nelle pagine del suo portale [www.lidap.it] «non è sempre facile chiedere aiuto quando si soffre d’ansia o si è in preda al panico... Soli, magari da anni, con l’anima in trappola, si teme di disturbare, di non essere capiti a fondo... Il sentirsi accolti, ascoltati, rassicurati e aiutati da persone che conoscono e condividono la tua stessa sofferenza, perché l’hanno sperimentata su di sè, s’è rivelato per molte persone un primo passo importante, spesso decisivo».
Niente panico... è sport!
Il ruolo dello sport è importante in questo tipo di terapia; l’attività fisica – è noto – permette all’organismo di scaricarsi e stare bene fisicamente conferisce ad ogni individuo autostima, sicurezza dei propri mezzi e serenità psicologica.
Gli sport di squadra, invece, possono essere fonti involontarie di stress, soprattutto in soggetti di età compresa tra gli 8 e i 18 anni. La competizione, l’assegnazione dei ruoli, il rapporto tra i compagni e l’allenatore, le inevitabili pressioni delle partite e la fatica degli allenamenti possono contribuire ad accrescere le preoccupazioni, piuttosto che fungere da valvola di sfogo.
Spiega il prof. Maurizio Mondoni dell’Università Cattolica di Milano che «praticare l’attività sportiva è certamente più impegnativo rispetto al passato, anche in funzione di ciò che rappresenta, per i significati che assume, per le aspettative che su di essa sono riposte, soprattutto da quelle nuove generazioni troppo spesso influenzate e condizionate da modelli culturali e dai media esasperatamente materialistici. Il non rispettare le tappe evolutive, l’avere sempre troppa fretta, il provocare ansia e stress, il voler vincere a tutti i costi, il ricercare la prestazione finalizzata alla popolarità sociale, vissuta in un modo troppo spesso ossessivo, determina una mistificazione del rapporto con lo sport, che non produce altro che abbandoni, fallimenti, frustrazioni e spesso disadattamento. Oggi più che mai, chi si occupa di attività sportiva e in particolare di quella giovanile, deve possedere uno spiccato senso della responsabilità e la preparazione dell’istruttore di base (6-11 anni), dell’istruttore a livello giovanile (dopo i 12 anni) e dell’allenatore a livello senior, deve essere supportata da una base culturale idonea al compito che andrà a svolgere, in funzione della possibilità di utilizzare lo stimolo "sport" e nel nostro caso "sport di squadra" in un’ottica corretta ed efficace. […] Dagli 11-12 anni in avanti, un fattore di stress può essere legato al forte bisogno che l’adolescente ha di conquistare la stima del gruppo. In questo periodo diventa importante essere bravi e vincenti, soprattutto nel rapporto con i coetanei; un rapporto questo che, in questo periodo, è sempre molto competitivo. Per il ragazzo la gara non significa solo vincere o perdere per se stesso e fare bella figura diviene drammaticamente importante per definire il proprio ruolo all’interno del gruppo (leader, gregario)». Il ruolo dell’allenatore e quello del genitore diventano di fondamentale importanza ai fini di scampare un eccessivo sovraccarico delle responsabilità e, di conseguenza, delle reazioni emotive, del soggetto interessato. Se la scuola è facilmente uno dei principali motivi di stress e preoccupazione per un adolescente, così non deve essere lo sport di squadra.
Anzi, conclude Mondoni, «Educare l’ansia e incanalare lo stress attraverso lo sport sono gli obiettivi principali di un allenatore. La gara deve essere vissuta positivamente, l’agonismo deve essere inteso come confronto e non come scontro e il cercare ogni volta di migliorarsi, mettono in condizione l’allenatore (capace, competente, preparato e profondo conoscitore delle tematiche relative allo sviluppo dell’individuo) di operare bene».