Articolo del mese - 1
Approfondimenti sullo sport, sulla convivenza civile, sul vivere quotidianoIslàm & sport
articolo di Francesca Paci, tratto da «La Stampa» (sezione Sport) del 28 febbraio 2005.
Per gentile concessione.
Lida Fariman, la prima iraniana a partecipare alle Olimpiadi dopo la rivoluzione Khomeinista, si allena al poligono di tiro col capo coperto dall’hijab. La stessa divisa indossano la sprinter di Kabul Robina Muqimyar e la schermitrice egiziana Shaima El Gammal. A giudicare dal numero di calciatori e pugili in regolare nude look, gli atleti musulmani hanno invece vita più facile delle loro sorelle, per le quali l’imposizione religiosa può andare ben oltre l’abbigliamento. L’oro ai Giochi di Barcellona del ’92 costò l’esilio dell’algerina Hassiba Boulmerka. Rea di aver corso i 1500 metri in canottiera e shorts, la donna fu condannata a morte e messa al bando dagli estremisti del suo paese. C’è il testo e c’è la sua interpretazione, si dirà. La confusione però è legittima: nella gimkana dei precetti islamici, lo sport è halal oppure haram? Permesso o vietato?
Molti studiosi ripetono che il Corano raccomanda l’attività fisica a entrambi i sessi. Raccontano le cronache che lo stesso Maometto incoraggiava la moglie Aisha a esercitarsi nei cento metri, tanto che finì al secondo e ultimo posto in una spiritosa gara tra coniugi. Le hadith, i detti del profeta, suggeriscono le discipline migliori da praticare. Equitazione, tiro con l’arco, nuoto, wrestling sono sani esercizi di controllo della volontà a differenza del proibitissimo gioco d’azzardo. Nel volume «Islam and games», il religioso Multi Ahmed Ebrahim Bemat rivela che secondo alcuni ulema lo sport sarebbe addirittura auspicato «nella preparazione del jihad», cioè della lotta. Eppure l’attività sportiva come la conosciamo in Europa e negli Usa, show business e fisici mozzafiato, fa infuriare gli integralisti quanto quella modernità occidentale che l’islam ortodosso combatte senza esclusione di colpi.
Dalle moschee egiziane votate alla shari’a, la legge islamica, ai gruppi salafiti dell’Arabia Saudita, dopve gli exploit della Nazionale di calcio in Coppa del Mondo non hanno spodestato la corsa dei cammelli dal primato del consenso popolare, la censura di molti comportamenti sportivi è praticamente unanime.
Ecco per esempio cosa trovate nella fatwa bank, l’archivio delle sentenze coraniche emesse online dai mufti del Qatar, i giudici religiosi più emancipati della umma che maledicono la globalizzazione ma ne sfruttano i potenti mezzi. Chiede Reem: «Cosa prescrive l’islam per le donne che fanno sport?». Moralità e decenza, replica Sheikh Faysal Mawlawi: «Le atlete devono coprire l’awrah, l’intero corpo a eccezione di mani, piedi e volto, gareggiare in assenza di uomini ed evitare le riprese televisive». E per l’attività maschile? «Abbigliamento castigato soprattutto tra l’ombelico e le ginocchia, bando al fanatismo, rifiuto delle discipline promiscue tipo la danza». Monzer, un altro fedele, domanda invece dell’aikido: la celebre arte marziale giapponese è lecita o no? Certamente, concede Sheikh Ahmad Kutty, «a condizione di rifiutare la filosofia orientale che vi è associata». Stesso monito ai body builder: passi sollevare pesi, purché vestiti di tutto punto.
La lista dei divieti esce dalla palestra. Nel saggio «Islam e sport», Hafez Afzal Ismail aggiunge la playstation alla lista dei giochi proibiti: «I videogames sono frutto dell’occidente. Dunque antislamici e immorali». Come il tennis e il cricket, «retaggio coloniale e gran perdita di tempo». Anatemi senza appello. Basta però fare un giro tra gli immigrati che vivono nelle nostre città per capire che il cortocircuito tra Maometto e la ginnastica, compresa quella delle dita sul Joystick, la manopola dei videogiochi, è solo apparente. Dalle ultime Olimpiadi di Atene, dove la nuotatrice egiziana Heba el Gawad esorcizzava il costume da bagno leggendo i versetti del Corano prima di tuffarsi in vasca, fino alla periferia di Torino. Il marocchino Rashid, emigrato un anno fa nel capoluogo piemontese, sogna una carriera alla Mike Tyson e ignora la fatwa che vieta ai pugili di colpire il viso e ferire l’avversario. Immaginate quanta popolarità avrebbero avuto gli incontri del campione dei pesi massimi Muhammad Ali o, più recentemente, della figlia Laila, se la fede avesse invaso il quadrato del ring. I religiosi che associano il Corano alla shari’a non ce l’hanno col calcio, ma con la società globale che lo sport rappresenta. «Molti musulmani dimenticano che il Corano rappresenta la struttura politica e culturale dell’Arabia del VII secolo», ricorda lo scrittore egiziano Nasr Abu Zayd. Quando Zinedine Zidane indossa la maglia del Real Madrid e affronta la Juventus, i suoi supporter non sono più musulmani o cristiani. Sono un unico popolo che soffre fino al 90° minuto dimenticando le gambe impudicamente scoperte dai giocatori islamici. Sarà una forma d’integrazione? Macché. Piuttosto «quella malattia occidentale» chiamata tifo, che i mullah condannano come «passione che obnubila la mente». Andatelo a spiegare alle migliaia di giovani che il 29 novembre 1997, al termine della partita Australia-Iran, invasero le strade di Teheran per festeggiare la qualificazione della propria Nazionale ai Mondiali di calcio. L’ayatollah Janati accantonò le invettive contro «la calciomania imperialista» e decretò volontà divina la vittoria sugli avversari di Sydney.
Sport e islam sono dunque in contraddizione? Il numero crescente di giovani musulmani che s’iscrivono all’oratorio per giocare a pallone e le medaglie olimpiche delle atlete arabe, protette dall’hijab o esposte all’ira dei fondamentalisti, suggeriscono di no. Sarebbe difficile, d’altro canto, Corano alla mano, conciliare l’attività fisica, halal, con la demonizzazione del corpo, assolutamente haran. Che la lettura dottrinaria dello sport non sia parte della fitna, la guerra civile tra oscurantismo e democrazia che secondo lo studioso Gilles Kepel lacera il mondo musulmano contemporaneo?
Comportamenti permessi (HALAL)
Comportamenti proibiti (HARAM)
Sportivi famosi
Muhammad AliSi chiamava Cassius Clay ed è considerato uno dei più grandi pugili di sempre. Nato il 17-1-’42 a Louisville (USA), conobbe la boxe da bambo, capitando in una palestra mentre cercava la bici che gli avevano rubato. Oro ai Giochi ’60, buttò la medaglia nel fiume Ohio per protesta contro il razzismo in Usa. Mondiale a 22 anni contro Liston, rifiutò il servizio militare e fu condannato a 5 anni di carcere. Tornò sul ring nel ’71 (battuto da Frazier) e riconquistò il Mondiale nel ’74 a Kinshasa contro Foreman.
Kareem Abdul-JabbarLeggendario pivot dei Los Angeles Lakers, nato il 16-4-’47 a New York. Indimenticabili il suo famoso «sky hook», cioè il «gancio cielo», tiro praticamente immarcabile, ma anche la velocità sotto le plance, le finte incredibili per un lungo, gli occhialoni e il grande carisma. Vinse 3 titoli universitari (Ncaa, a Ucla), cambiò nome (si chiamava Lew Alcindor) dopo essersi convertito all’Islam, quindi conquistò 6 titoli NBA in 20 stagioni da professionista. Tuttora in attività.
Mike TysonNato il 30-6-’66 a Southington (USA), è stato il più giovane pugile campione mondiale dei massimi vincendo 12 dei 15 match iridati in carriera. Dotato di una potenza quasi brutale, finì al tappeto per la 1ª volta nel ’90 contro Douglas. Poi fu accusato di violenza dalla moglie e di stupro da un’amante, finendo 3 anni in carcere. Sospeso 1 anno per aver morso Hlyfield a un orecchio nel ’97, è parso ormai in declino dopo i koda Lewis (nel 2000) e da Williams (2004).
Hakeem OlajuwonNato il 21-1-’63 a Lagos, in Nigeria, cominciò a giocare a basket a 15 anni perché già alto 206 cm. Ingaggiato nel 1984 dagli Houston Rockets, è diventato cittadino americano nel ’93 e ha vinto due titoli professionistici Nba (’94 e ’95) approfittando del momentaneo ritiro di Michael Jordan. Nel 2002 ha chiuso la carriera Nba a Toronto, tornando di recente a far parlare di sé per le accuse di aver finanziato organizzazioni legate ad Al Qaeda.

09/09/2010