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La didattica dei record - 4 - Un salto (in lungo) nel tempo

La didattica dei record - 4 - Un salto (in lungo) nel tempo

Fare esperienza su un record è la strada per il tetto del mondo, è di tutti!

La "didattica dei record" è tesa a creare una competenza nuova, spendibile tutti i giorni, senza l'obbligo di essere campioni del mondo.

Fabrizio Lo Faro è nato a Cantù il 12 Giugno 1975. Insegnante di Scienze Motorie e Sportive al Caio Plinio di COMO (scuola secondaria di secondo grado), modesto triathleta, marito perfettibile e instancabile papà.

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Vale la pena indugiare sulla storia di questo record, troppo lontano perché le nuove generazioni ne abbiano, gioco forza, memoria.
Da educatore e da sportivo assolvo a un dovere preciso: condividere con immutata trepidazione le gesta di allora con i ragazzi di oggi, che altrimenti rischierebbero di diventare grandi senza sapere.

Torniamo ai Mondiali di atletica di Tokyo, è il 30 Agosto 1991, siamo alla finale del salto in lungo, il titolo è un affare a due tra Carl Lewis e Mike Powell. Il primo è semplicemente il Figlio del vento, un vero e proprio cannibale assetato di record e vittorie. Il secondo è un simpatico e valido saltatore, non (ancora) una leggenda.


I due si erano già affrontati e King Carl aveva sempre vinto con disarmante superiorità; è un atleta poliedrico Lewis e ora che è fresco vincitore sui 100 metri con tanto di record mondiale c’è da scommettere sul suo ennesimo trionfo.
Carl piazza nei primi salti un ottimo 8.60m che vale il titolo, per il momento.
Mike Powell invece appare molto carico ma privo di lucidità, incapace di infastidire il re. Al terzo salto Mike però cambia marcia e comincia a scrivere la sua storia: vola e sembra che superi gli 8.90; il pubblico sospira e rimane in attesa. Un silenzio reverenziale avvolge anche la sagoma di Powell che fissa i giudici di gara, questi però lo gelano implacabilmente: il salto è nullo, ma che salto!
Lewis vacilla ma non cade e risponde da campione: avvio prepotente, rincorsa da centometrista (fresco di primato mondiale nei 100 m) e stacco esplosivo. Il Figlio del vento atterra a 8.91, abbatte il record del mondo di Bob Beamon ma proprio il vento lo tradisce, infatti il salto è ventoso, non vale per aggiudicarsi il record ma è valido per il titolo mondiale. Lo stadio esplode, il campione di sempre è sul tetto del mondo, siamo tornati all’eccezionale normalità.

Powell assiste in fondo alla pedana e prepara l’impresa. Non ha tempo per il rivale, si concentra e contempla gli appoggi che lo separano dalla buca e dalla storia. La rincorsa di Powell è spettacolare, un po’ molleggiata all’inizio, poi reattiva e micidiale sul finale.
Dopo lo stacco Mike sembra davvero volare e poi pedalare nel vuoto per un’eternità, vuole vincere, sembra spingere anche quando è in aria. Ci riesce: 8.95 m, misura che vale il record del mondo e la medaglia d’oro iridata. Lewis guarda incredulo per qualche attimo, forse spera nel vento, che però lo tradisce ancora una volta: il salto è valido, titolo e record sono  dell’eterno secondo, per una volta il re è battuto.

Una storia incredibile, che parte dal salto nel futuro di Beamon nel ’68, Giochi di Città del Messico, quelli del Black Power e di Dick Fousbury. Quante storie grandi e che spunti di lavoro ci regala lo sprort, basta saper guardare!


Portiamo questa storia in palestra

Torniamo ai nostri giorni, in una palestra di una qualunque scuola, affollata da ragazzi, a volte svogliati e che potrebbero non essere coinvolti  dalla storia di Mike, Carl e Bob.

La colpa è dei numeri, che sono muti e dei ragazzi che appunto alle volte sono sordi: combinazione pessima!

Serve uno stratagemma, una strategia didattica figlia dell’osservazione e dell’intuizione.

Fase percettiva
Ogni palestra, anche la più scalcinata dovrebbe avere le linee di delimitazione del campo di volley che, per le dimensioni contenute, dovrebbe essere regolamentare: i classici 9 per 18 metri.

Il lettore più attento avrà colto l’invitante sovrapposizione tra i 9 metri di larghezza del campo da pallavolo con il record di Mike Powell, al netto dei 5 centimetri che ancora aspettano di essere superati.
Quando un record è rappresentato acquista realtà, diventa fruibile ma non certo meno impressionante. I ragazzi vengono disposti lungo le linee laterali del campo da pallavolo e inizialmente devono solo guardarsi, immaginando che nel 1991 un atleta eccezionale, in un sol balzo è arrivato dall’altra parte, dove, incredulo c’è il compagno di classe. Non un salto, un volo!
Sarà divertente formare una riga di compagni e constatare che ne servono circa 6 a braccia aperte per coprire i 9 metri.
 
Lui aveva calzoncini e canottiera della nazionale USA, scarpe chiodate e un fisico scolpito. I nostri ragazzi hanno le scarpe da basket e felpe larghe col cappuccio, però 9 metri sono tali per chiunque, e visti da qui fanno molta più impressione che sulla LIM o sul PC dell’aula informatica (dove comunque vale la pena guardare il video della gara).
Ora la misura dei 9 metri va misurata, anzi vissuta.

Fase esecutiva
Se le vie di fuga dai muri perimetrali lo permettono, si eseguiranno dei salti con pochi passi di rincorsa, presumibilmente nell’ordine di pochi metri, uno verso l’altro ma sfalsati, conservando cioè un margine di sicurezza più che rassicurante. Si scoprirà che solo combinando i due migliori saltatori della scuola ci si può avvicinare al record.
Se si dispone di materassini adeguati o di una buca per i salti, si procede alla classica didattica di avvicinamento ai  salti con l’accortezza di verificare il numero dei salti che occorrono per eguagliare il record: potrebbero non bastarne tre, se invece ne bastano due è il caso di allertare la squadra di atletica del paese, c’è un campione in arrivo!

Migliorare il proprio personale, consapevoli del valore del record, migliora il senso di appartenenza e serve ad acquisire competenze.